Prendi una carta geografica di duemila anni fa e appoggiala sul Gargano di oggi. Alcuni nomi coincidono: Vieste c’è ancora, Monte Sant’Angelo pure. Ma altri sono spariti.

Città che gli antichi Romani conoscevano bene, che battevano moneta, che avevano porti e vescovi, e che oggi non trovi da nessuna parte. Scomparse. Inghiottite.

Sotto le spiagge, i laghi e le campagne di questo promontorio ci sono città sepolte: tre, soprattutto, che raccontano tre destini diversi. Una la puoi visitare. Una è quasi un fantasma. E una è un mistero che nessuno, dopo un secolo di scavi, è ancora riuscito a risolvere.

Si chiamano Siponto, Merinum e Uria. Ed è una storia che vale la pena conoscere prima di stendersi al sole su quello che, un tempo, era il cuore di un mondo.

Siponto: il porto che il mare si riprese

Cominciamo da quella che puoi ancora toccare con mano. Siponto — Sipontum per i Romani — sorgeva ai piedi del Gargano, dove oggi c’è Manfredonia, affacciata sul suo golfo.

La leggenda ne attribuisce la fondazione a Diomede, l’eroe greco reduce da Troia che secondo il mito approdò su queste coste. La storia, più sobria, racconta di un’antica città daunia poi diventata fiorente colonia romana, con un porto che era il suo cuore pulsante: da qui partiva e arrivava il grano, commerciato con la Grecia e con l’Oriente. Per secoli Siponto fu uno dei grandi scali dell’Adriatico.

Poi cominciò la fine, e fu una fine lenta e crudele. Il terreno, in questa zona, si muove: un fenomeno chiamato bradisismo fece lentamente insabbiare il porto, togliendo alla città la sua unica ragione di esistere. Ci si misero anche i terremoti e la malaria delle paludi circostanti. Nel 1256, il re Manfredi di Svevia decise di abbandonare la città malata e di fondarne una nuova, poco distante, che da lui prese il nome: Manfredonia. Gli abitanti traslocarono. Siponto fu lasciata morire.

Ma non del tutto. Oggi, nel Parco Archeologico di Siponto, puoi camminare tra i resti dell’antica città e visitare due gioielli. La Basilica di Santa Maria Maggiore, romanica, costruita riutilizzando le colonne di un’antica basilica paleocristiana. E, accanto, l’opera che ha reso Siponto famosa nel mondo: la ricostruzione in rete metallica dell’antica basilica paleocristiana, realizzata dall’artista Edoardo Tresoldi. Un disegno tridimensionale fatto di filo trasparente, che ridà forma alla chiesa scomparsa facendola galleggiare nell’aria come un fantasma di metallo. Da sola, vale il viaggio.

Uria: la città che nessuno riesce a trovare

E arriviamo al mistero vero. Uria — gli antichi la chiamavano anche Uria Garganica — è la più sfuggente delle città perdute del promontorio.

Che sia esistita, non c’è dubbio. La citano i più grandi geografi dell’antichità: Strabone, Plinio il Vecchio, Tolomeo, Pomponio Mela. Era una città daunia, poi grecizzata, e in epoca pre-romana fu tanto potente da battere moneta propria, con tanto di iscrizione in greco. Quelle monete, trovate nel tempo, sono quasi l’unica prova materiale della sua esistenza.

Il problema è che nessuno sa più dove fosse. Un secolo di scavi e di ipotesi non è bastato. La teoria oggi più accreditata la colloca nei pressi del lago di Varano, nel Gargano settentrionale. E qui la storia si fa inquietante: si pensa che Uria possa essere stata inghiottita da una dolina, un improvviso collasso del terreno carsico, con l’acqua che si riversò nel vuoto e i sedimenti che cancellarono ogni traccia. Una leggenda locale parla addirittura di una popolazione violenta e peccatrice punita da un’inondazione: forse il ricordo lontano di un vero disastro, un crollo, un’onda, qualcosa che fece sparire la città in una notte.

Oggi del lago di Varano resta lo specchio d’acqua silenzioso, gli aironi, le reti dei pescatori di anguille. E sotto, forse, una città che dorme. C’è chi dice che nemmeno scavando il fondale si riuscirebbe a ritrovarla. Uria resta lì, tra storia e leggenda, la Atlantide del Gargano.

Merinum: il fantasma accanto a Vieste

La terza storia è la più ambigua, e proprio per questo affascinante. Merinum sorgeva — se sorgeva — nei pressi di Vieste, dove oggi si trova il Santuario di Santa Maria di Merino, vicino alla spiaggia di Scialmarino.

Le fonti medievali parlano addirittura di un vescovado di Merinum, attestato fino al 1099, poi unito a quello di Vieste per volontà di papa Pasquale II. Sembrerebbe quindi una città vera e importante. Ma quando gli archeologi andarono a cercarla, dopo che un terremoto del 1954 aveva riportato alla luce dei resti, non trovarono una grande città romana: trovarono una villa rustica, una fattoria agricola con mosaici, cisterne e contenitori per l’olio e il vino, attiva per secoli, dal I secolo avanti Cristo fino al VI dopo Cristo.

Da qui il dubbio che aleggia su Merinum. C’è chi pensa fosse un insediamento agricolo e non la grande città della tradizione. C’è chi ipotizza che il nome stesso, “Merinum”, derivi semplicemente da Marina, cioè il porto dell’antica Vieste. E c’è persino chi sospetta che, come città vera e propria, non sia mai esistita, nata più dalla leggenda che dalle pietre.

Quel che resta, di sicuro, è il santuario, legato al ritrovamento sulla spiaggia di una statua lignea della Madonna da parte di due pescatori. Ogni 9 maggio, a Vieste, la statua torna in processione dalla cattedrale al santuario: un rito che, senza saperlo, tiene in vita il ricordo di una città fantasma.

Perché il Gargano si ingoia le città

C’è un filo che lega questi tre destini, ed è la natura stessa del promontorio.

Il Gargano è una terra viva, che si muove. È fatto di roccia calcarea scavata dall’acqua, piena di grotte, inghiottitoi e fenomeni carsici che possono far collassare il terreno. È soggetto a terremoti, alcuni storicamente devastanti. Ha coste dove il suolo sale e scende lentamente nei secoli, insabbiando i porti. E un tempo aveva paludi malariche che rendevano invivibili intere zone.

Metti insieme tutto questo e capisci perché, qui, le città a volte semplicemente spariscono: il mare che si ritira o avanza, la terra che sprofonda, la febbre che svuota le case. Non è un caso isolato: è il carattere di un territorio che, nel giro di secoli, cancella e riscrive la propria mappa.

Come andare a cercarle, oggi

Delle tre, Siponto è l’unica davvero visitabile, e merita senza riserve. Il parco archeologico e la basilica di Tresoldi si trovano appena fuori Manfredonia, facili da raggiungere, perfetti anche per un pomeriggio con i bambini: la chiesa di filo metallico li lascia a bocca aperta. Verifica orari e giorni di apertura prima di andare.

Per Uria non c’è un sito da visitare, ma c’è l’atmosfera: una gita al lago di Varano, tra i casoni dei pescatori e il silenzio della laguna, con in testa l’idea che da qualche parte, lì sotto, dorma una città scomparsa. Un modo diverso, quasi romanzesco, di guardare un paesaggio che sembra solo natura.

Per Merinum, la meta è il Santuario di Santa Maria di Merino, vicino a Vieste: un luogo di culto immerso nella campagna, dove la storia e la leggenda si confondono.

Due raccomandazioni, come sempre quando si parla di archeologia. I resti vanno rispettati: non si cammina sui muri antichi, non si raccolgono reperti. E se vuoi capire davvero quello che vedi, una guida locale o una visita guidata trasformano quattro pietre in una storia che non dimentichi.

Il promontorio che custodisce i suoi segreti

È strano, e bellissimo, pensare che un posto famoso per il mare limpido e le spiagge nasconda sotto la sabbia e sotto l’acqua le rovine di un mondo antico. Che il tuo ombrellone possa essere piantato dove un tempo passava una strada romana, o che un lago silenzioso custodisca una città intera.

A pochi minuti dal nostro resort, oltre le calette e i pini, c’è un Gargano che non si vede ma si racconta: quello di Siponto che il mare si riprese, di Uria che la terra inghiottì, di Merinum che forse fu solo un sogno. Basta una gita, e gli occhi giusti, per aggiungere alla vacanza un piano in più: il tempo.

Poi torni in spiaggia. Ma quando guardi il Gargano, ora, sai che stai guardando solo l’ultimo strato. Sotto, c’è tutto il resto. E continua a dormire.

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