Il Monte Cornacchia: salire sul tetto della Puglia partendo da Pugnochiuso in una giornata

C’è una fotografia che quasi nessuno si porta a casa dal Gargano. Non i faraglioni, non il mare turchese, non i trabucchi. Ma la Puglia vista dall’alto, tutta insieme, da millecentocinquanta metri.
Il mare da una parte. La pianura in mezzo. Le montagne dall’altra. E tu in piedi sul punto più alto di tutta la regione, con il vento che tira e la giacca a vento che al mattino ti sembrava esagerata.
Il Monte Cornacchia è il tetto della Puglia. E si può raggiungere in giornata partendo dalla costa, a patto di svegliarsi presto e prendere la cosa per quello che è: non una passeggiata di mezz’ora, ma una piccola avventura che attraversa tre paesaggi diversi prima di arrivare in cima.
Voltare le spalle al mare
La giornata comincia al buio, o quasi. Si carica l’auto quando l’aria è ancora fresca, si prende la strada verso l’interno, e per la prima ora il paesaggio è quello che conosci: gli ulivi, la macchia, poi la discesa verso il Tavoliere.
La grande pianura ti accompagna a lungo, piatta e dorata, campi di grano già mietuti che nella luce del mattino sembrano di ottone. Poi, all’orizzonte, comincia a disegnarsi una linea di colline. Sono i Monti Dauni, il Subappennino che chiude la Puglia a occidente, il suo confine con la Campania e l’Irpinia.
La strada sale. I campi lasciano il posto ai boschi, l’aria si fa più sottile e più fresca, e il finestrino ora porta dentro odore di terra e di sottobosco invece di salsedine. Il punto di partenza per l’escursione è dalle parti di Biccari, il borgo affacciato sulla valle da cui parte il sentiero. Qui il mare è già un ricordo di un altro pianeta.
Milleentocinquantuno metri di Puglia che non ti aspetti
Il Monte Cornacchia, con i suoi 1151 metri, è la cima più alta dell’intera regione. Sorge tra i territori di Biccari, Faeto e Roseto Valfortore, dentro un’area naturale protetta che porta il nome di Monte Cornacchia – Bosco Faeto, riconosciuta a livello europeo per il suo valore.
Dimentica l’immagine della Puglia arsa e assolata. Quassù ci sono praterie d’altitudine punteggiate di orchidee spontanee, viole e ginestrino a primavera; boschi di cerri, roverelle, faggi e pini neri, resti di antiche foreste; sorgenti che sgorgano dai fianchi della montagna. Ai suoi piedi si specchia il Lago Pescara, l’unico lago naturale del Subappennino dauno, quieto e circondato dagli alberi.
E c’è la fauna, che è il segno più vero di quanto sia selvaggia questa zona. Sulle pendici del Cornacchia vive il lupo — difficilissimo da avvistare, ma presente, e la sua sola esistenza racconta un ambiente sano. Volano rapaci: gheppi, barbagianni, allocchi. E non è raro incrociare cavalli allo stato brado che pascolano nei prati d’alta quota, si voltano a guardarti un istante e tornano a brucare come se non esistessi.
Il panorama dalla vetta: quattro regioni in un solo sguardo
È questo il motivo per cui si sale.
Dalla cima, dove si trova un piccolo rifugio forestale, la vista gira a trecentosessanta gradi e non trova ostacoli. A est, oltre la pianura, si vede galleggiare il promontorio del Gargano, quello da cui sei partito la mattina: da qui è una sagoma azzurra sospesa sul Tavoliere. A ovest e a nord si aprono le montagne — l’Irpinia, il Matese, e nelle giornate più limpide persino la Maiella abruzzese, lontana e innevata per mesi.
Vedere il Gargano e la Maiella nello stesso sguardo, con la seconda pianura d’Italia distesa in mezzo, è un’esperienza che riordina la geografia in testa. Capisci di colpo dove sei stato e dove sei arrivato. E capisci che la Puglia è molto più verticale di quanto la cartolina lasci immaginare.
Come si sale davvero
La buona notizia è che il Cornacchia non è una montagna difficile. Non serve essere alpinisti, servono gambe discrete e scarpe giuste.
Il modo più bello per raggiungerlo è a piedi, lungo i sentieri che salgono dal Lago Pescara attraverso il bosco. Fa parte del tracciato il Sentiero Frassati di Puglia, il percorso curato dal Club Alpino Italiano che collega Biccari, Castelluccio Valmaggiore, Celle di San Vito, Faeto e Roseto Valfortore. Gli anelli più classici partono dai pressi del lago, salgono tra cerri e pini fino ai pascoli sommitali e tornano indietro: si parla di poche ore di cammino e di un dislivello contenuto, alla portata di chiunque cammini un po’.
Esiste anche una strada carreggiabile che arriva quasi in vetta, comoda per chi ha poco tempo o gambe stanche. Ma il senso di questa giornata è camminare: attraversare il bosco, sentire il silenzio rotto solo dagli uccelli, sbucare nei prati aperti e vedere il panorama guadagnarsi passo dopo passo. Vale la fatica, che poi è poca.
Una tappa che i bambini adorano: la panchina gigante di Biccari, la big bench affacciata sulla valle, dove ci si siede con le gambe a penzoloni e si guarda il paesaggio come da una finestra spalancata. Vicino c’è anche un parco avventura tra gli alberi, se vuoi trasformare la gita in una giornata per tutta la famiglia.
Organizzare la giornata dalla costa
Mettiamo le cose in chiaro: dalla costa garganica ai Monti Dauni la strada è lunga, e va calcolata con onestà. Sono un paio d’ore di guida per ciascun tratto, tra pianura e tornanti finali. Per questo la parola d’ordine è una sola: partire presto.
Sveglia all’alba, colazione veloce, in auto entro le sette. Così arrivi ai Monti Dauni in mattinata, hai tutto il tempo per l’escursione e la vetta prima che il sole sia alto, pranzi con calma in uno dei borghi e rientri verso la costa nel pomeriggio, con la luce che si fa dorata sul Tavoliere. È una giornata piena, non c’è dubbio. Ma è il tipo di giornata che ricordi.
Qualche consiglio pratico. Scarpe da trekking, non da ginnastica: i sentieri hanno fondo naturale e qualche tratto sconnesso. Uno strato in più sempre nello zaino, anche d’estate: a milleecento metri, con il vento, la temperatura non è quella della spiaggia. Acqua e qualcosa da mangiare, perché lassù non ci sono bar. E il pieno di benzina fatto a valle: nell’interno i distributori si diradano.
La montagna e i borghi: due gite in una
Visto che la strada per arrivarci è lunga, val la pena sfruttare la zona fino in fondo.
A pochi chilometri dalla vetta ci sono Faeto e Celle di San Vito, i due borghi dove ancora si parla il francoprovenzale, la lingua arrivata dalla Francia nel Duecento. Sono l’unica isola linguistica di questo tipo nel Sud Italia, e uniscono alla montagna una storia che sembra inventata. Faeto è anche la patria di un prosciutto stagionato in quota, perfetto per un pranzo di ritorno dall’escursione.
Aggiungi Biccari con la sua torre e il suo lago, e magari Roseto Valfortore, uno dei borghi più belli della Daunia. Ne esce una giornata che mette insieme trekking, panorami, una lingua rara e un tagliere di salumi di montagna. Non male, per un posto che quasi nessun turista da mare mette in programma.
Dal mare alla vetta, e ritorno
La sera, quando rientri e il mare torna a comparire dopo l’ultima curva, hai la strana sensazione di aver vissuto due vacanze nello stesso giorno. Al mattino il bosco e il vento d’alta quota, il lupo che forse ti passava vicino senza farsi vedere, i cavalli nei prati. Alla sera di nuovo la salsedine, la scogliera bianca, il rumore dell’acqua.
Partendo dal nostro resort puoi fare esattamente questo: lasciare la baia all’alba, attraversare il Tavoliere, salire sul tetto della Puglia e tornare in tempo per un bagno serale o una cena affacciata sul mare. Il Gargano che di solito guardi da vicino, quel giorno lo vedi da lontano, azzurro all’orizzonte, e capisci quanto è grande la terra che stai visitando.
Poi ti addormenti con le gambe stanche e il sale sulla pelle. È stata una giornata lunga. È stata una delle migliori.


