Sali su questo sperone di roccia sopra Mattinata, con il mare che si apre azzurro sotto di te, e cominci a notare delle strane forme nel terreno. Cavità scavate nella pietra, una dopo l’altra, a centinaia. Sembrano vasche, o nicchie. Ti avvicini, e capisci che sono tombe.

Sono vecchie di quasi tremila anni. Furono scavate qui da un popolo che abitava il Gargano prima che i Greci arrivassero a colonizzare queste coste, prima dei Romani, prima di tutto quello che studiamo a scuola. Un popolo pacifico, di mercanti e contadini, che commerciava attraverso l’Adriatico e poi, lentamente, sparì dalla storia.

Si chiamavano Dauni. E il posto dove riposano i loro morti, Monte Saraceno, è uno dei siti archeologici più affascinanti e più ignorati di tutta la Puglia.

Attenzione al nome: i Saraceni non c’entrano

Partiamo da un equivoco, perché il nome inganna. Monte Saraceno non ha niente a che vedere con il popolo che vi costruì la necropoli.

Il nome arrivò molto, molto più tardi, quando nell’Alto Medioevo — attorno all’VIII o IX secolo dopo Cristo — i Saraceni si arroccarono su questa altura durante le loro incursioni. Ma la necropoli è di duemila anni più antica di loro. Gli antichi abitanti erano tutt’altra gente: i Matini, una tribù dei Dauni, da cui deriva anche il nome di Mattinata e l’antico mons Matinus che persino il poeta Orazio citò nei suoi versi.

Insomma: due storie diverse, separate da un abisso di secoli, sovrapposte sullo stesso monte. Il Gargano è fatto così, di strati che si accavallano.

Chi erano i Dauni

I Dauni erano una delle grandi popolazioni preromane della Puglia, un ramo degli Iapigi di probabile origine illirica: gente arrivata via mare dall’altra sponda dell’Adriatico, dai Balcani, in tempi antichissimi.

Non erano guerrieri. Le fonti li descrivono come un popolo pacifico, dedito all’agricoltura, alla caccia, alla pesca e soprattutto al commercio. E qui sta la cosa affascinante: già nel IX secolo avanti Cristo, quando si insediarono su Monte Saraceno, avevano rapporti fitti con le popolazioni dell’altra costa adriatica. Nelle loro tombe sono stati trovati oggetti che raccontano scambi a lungo raggio: ambra che veniva dal nord, avorio, oro, le tipiche fibule illiriche — le spille che tenevano insieme le vesti — a testimoniare legami culturali con i Balcani. Erano, a modo loro, un popolo di mare e di traffici.

Vivevano in capanne di frasche e pelli, di forma circolare o a ferro di cavallo, raggruppate attorno alla necropoli. Una civiltà che, per secoli, tenne il controllo di questo tratto di costa.

Cinquecento tombe scavate nella roccia

La necropoli di Monte Saraceno si estende per un paio di chilometri lungo il pendio che guarda il mare, e conta oltre cinquecento tombe scavate nella roccia calcarea.

La loro forma colpisce. Non sono fosse rettangolari come siamo abituati a immaginare: hanno un profilo che gli archeologi descrivono come a borsa o a utero. E il motivo è preciso: il defunto veniva deposto rannicchiato, in posizione fetale, secondo un rito che i Dauni portavano dalle loro origini d’oltremare. Come se la morte fosse un ritorno al grembo, e la sepoltura una seconda nascita al contrario.

Cammini tra queste cavità aperte, con il rosmarino selvatico che cresce tra le pietre, il mare che scintilla in basso e il vento che è l’unico rumore. Sotto i piedi hai tremila anni di storia. Sopra la testa, solo il cielo. È un posto che mette addosso una quiete strana, un po’ solenne.

Le stele daune

Ma il vero capolavoro di questa civiltà sono le stele daune, e dietro la loro scoperta c’è una storia bellissima.

Le stele sono lastre di pietra calcarea antropomorfe, alte fino a un metro, sormontate da una piccola “testa” e incise su tutta la superficie con ornamenti, armi, gioielli, e persino scene di vita quotidiana, di caccia, di mito. Erano, in un certo senso, il modo dei Dauni di raccontare per immagini: chi era il defunto, cosa faceva, in che mondo viveva. Un fumetto scolpito nella pietra, tremila anni prima dei fumetti.

A riportarle alla luce fu un uomo curioso: il dottor Matteo Sansone, farmacista di Mattinata, che amava definirsi archeologo per passione e farmacista per necessità. Fu lui, a metà Novecento, a individuare e segnalare il settore delle stele. All’inizio gli studiosi accademici lo guardarono con freddezza. Poi videro i reperti, e la freddezza svanì. Una delle stele più celebri, quella detta del mostro infernale, porta ancora oggi il suo nome, la Stele Sansone. E nella sua farmacia, sul corso di Mattinata, ancora attiva grazie agli eredi, si può vedere una collezione di migliaia di reperti raccolti in una vita. Una farmacia-museo: dove altro, se non sul Gargano.

Un’avvertenza pratica importante: la maggior parte delle stele oggi non si trova più sul monte, ma è custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia, dentro il castello svevo-angioino. Se vuoi vedere le stele daune con i tuoi occhi, quindi, la tappa da mettere in programma è Manfredonia.

Perché è una civiltà “dimenticata”

Cosa successe ai Dauni? Perché di un popolo così sparlano solo gli archeologi?

La risposta sta proprio nel titolo di questo racconto: arrivarono i Greci. Attorno al VI secolo avanti Cristo, la potenza greca prese il controllo dei commerci lungo l’Adriatico e interruppe gli antichi scambi tra le due sponde. Nello stesso periodo crebbero altri centri della zona — Arpi, Siponto, Salapia — che tolsero a Monte Saraceno il suo ruolo di crocevia commerciale. L’altura perse importanza, si spopolò, e dopo il IV secolo avanti Cristo fu abbandonata.

Gli abitanti, probabilmente, si spostarono altrove, si integrarono, si dispersero. Nessuno sa con certezza dove finirono. E così una civiltà che aveva dominato questo pezzo di Gargano per secoli si dissolse nel silenzio, lasciando dietro di sé solo tombe scavate nella roccia e stele con volti enigmatici. Una civiltà dimenticata, nel senso più letterale del termine.

Come visitarlo, con qualche onestà

Diciamolo con franchezza: Monte Saraceno non è un parco archeologico attrezzato. È un sito bellissimo ma poco valorizzato, spesso lasciato alla vegetazione, senza grandi servizi. E proprio questo, per certi versi, è il suo fascino: ci arrivi e sei quasi sempre solo.

Si sale dalla Strada Statale 89 tra Manfredonia e Mattinata, si lascia l’auto nei pressi della diramazione e si prosegue a piedi per circa un chilometro lungo la mulattiera. Il dislivello è modesto, il percorso è piacevole, ma servono scarpe chiuse e un minimo di attenzione: siamo in mezzo alla macchia, sotto il sole, su un terreno naturale. Porta acqua e cappello, evita le ore centrali d’estate, e prenditi il tempo per goderti quello che, alla fine, resta l’aspetto più memorabile: il panorama sulla baia di Mattinata e sulla costa, che da solo vale la salita.

Se vuoi capire davvero quello che vedi, vale la pena affidarsi a una guida locale: senza qualcuno che te le racconti, quelle cavità nella roccia rischiano di restare mute. Con la storia giusta, invece, il monte prende vita.

Il Gargano ha una memoria lunghissima

Ci si viene per il mare, e va benissimo così. Ma ogni tanto vale la pena ricordare che sotto le spiagge e i pini di questo promontorio c’è una stratificazione di storia che pochi luoghi in Italia possono vantare: i Dauni, i Greci che li spensero, i Romani, i Longobardi, i Saraceni, i Normanni, gli Svevi. Popoli su popoli, tutti passati di qui.

A pochi minuti dal nostro resort, sopra le calette e le falesie bianche di Mattinata, c’è questo monte silenzioso dove riposa il popolo più antico del Gargano. Una mattina diversa dalle altre: niente ombrellone, solo tombe millenarie, rosmarino selvatico e il mare che scintilla come scintillava quando i Dauni lo guardavano dall’alto, tremila anni fa.

Poi torni in spiaggia. Ma quella sensazione — di essere solo l’ultimo di una fila lunghissima di persone che hanno amato questo mare — quella te la porti a casa.

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